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Percezioni condizionate

Tutti proviamo emozioni non salutari, che diventano più forti quando non sappiamo come prendercene cura. In questo spunto di riflessione abbiamo visto qual è il percorso che Thich Nhat Hanh ci suggerisce per averne cura, una volta che abbiamo sviluppato una stabile pratica della consapevolezza e che abbiamo riconosciuto e coltivato in noi ciò che è salutare, in modo che questo ci sostenga nei passi di questo percorso.

Nei primi tre passi siamo invitati a riconoscere ciò che è emerso in noi, accoglierlo amorevolmente e, grazie a questo, calmarlo. Questo già di per sé trasforma l’emozione non salutare che è emersa in noi, che se ne torna indebolita nella coscienza deposito.

Riconoscere il condizionamento mentale

Non appena sentiamo che in noi si è creato lo spazio per farlo, possiamo procedere con fiducia nel percorso indicato, osservando in profondità i contenuti del nostro condizionamento mentale, e cioè in tutte le idee, i ricordi, le convinzioni e le aspettative che hanno fatto emergere quell’emozione e quella reazione. Possiamo farlo con gentilezza, onestà, curiosità e interesse, lasciando andare ogni commento e giudizio.

Il modo in cui reagiamo davanti a una situazione è però, almeno in parte, del tutto personale, altrimenti non si capirebbe perché persone diverse abbiano reazioni del tutto differenti davanti alla stessa situazione. E’ quindi fondamentale avere anzitutto un’idea più chiara possibile di quanto possano essere accurate le nostre personali percezioni delle cose.

Sei sicuro?
Ascoltiamo come ne parla Thich Nhat Hanh ne “Il cuore dell’insegnamento del Buddha”:
"Possiamo vedere che la brama può essere causa di dolore, ma anche altre afflizioni come la rabbia, l'ignoranza, il sospetto, l'arroganza e le opinioni errate possono provocare dolore e sofferenza. L'ignoranza, che dà origine a percezioni erronee, è responsabile di molto dolore." (cap. 5)

Qui si potrebbe pensare che la causa delle nostre percezioni erronee sia l’ignoranza, e che quindi se ipoteticamente non fossimo “ignoranti”, nel senso che a questa parola diamo in genere, e cioè se avessimo a disposizione tutte le informazioni, le nostre percezioni non sarebbero erronee. Ma ascoltiamo come continua poco più avanti:

“Alla base dei nostri punti di vista ci sono le nostre percezioni. Il Buddha ci ha consigliato di non lasciarci ingannare da quello che percepiamo e ha detto: 'Dov’è percezione c’è inganno'. In molte occasioni, il Buddha ha insegnato anche che la maggior parte delle nostre percezioni è erronea, che la maggior parte delle nostre sofferenze nasce dalle percezioni erronee. Dobbiamo chiederci di continuo: 'Sono sicuro?', finché non vediamo le cose con chiarezza. (…)
La fonte della nostra percezione, il nostro modo personale di vedere le cose, si trova nella coscienza-deposito. Se dieci persone guardano una nuvola, ne avranno dieci diverse percezioni. Che vi si veda un cane, un martello o un soprabito dipende dalla mente dell’osservatore, dalla sua tristezza, dai suoi ricordi, dalla sua rabbia. Essere contenti o soffrire dipende in gran parte dalle nostre percezioni. È importante osservare in profondità le nostre percezioni e conoscerne la provenienza." (cap. 9)

Per lasciar andare le nostre idee, convinzioni e aspettative, e le conseguenti percezioni erronee, ci vuole molta chiarezza e coraggio. Thich Nhat Hanh ci ha offerto una semplice domanda per fare chiarezza su quali siano le nostre convinzioni non salutari:

“Sono sicuro?”

L’intento, ovviamente, non è di farci sentire insicuri ma di mettere in discussione e verificare le nostre convinzioni, e come queste siano in relazione con le nostre percezioni.

Recenti studi sulle percezioni

Anche nell’ambito degli studi scientifici sulla coscienza ci si è interrogati sulla validità delle nostre percezioni e sono recentemente emerse ipotesi stupefacenti. In questo ambito uno degli scienziati che può essere utile conoscere è Anil Seth, che in una sua conferenza TED ci suggerisce un interessante esercizio:

Immaginiamo di essere un cervello, chiuso all’interno del cranio, che cerca di capire cosa c’è là fuori nel mondo. Nel cranio non c’è luce e nemmeno suoni, è completamente buio e silenzioso. Gli occhi, le orecchie e gli altri sensi trasmettono al cervello solo flussi di segnali elettrici, che non sono accompagnati da etichette del tipo: “Questo viene da un gatto! Quest’altro da una tazza di caffè!”. Sono solo segnali elettrici privi di forma, colore o suono, come ci viene suggerito anche nel film “Matrix”:

“Come definire la realtà? Ciò che tu senti, vedi, degusti o respiri non sono che impulsi elettrici interpretati dal tuo cervello.”

Pertanto, per capire cosa c’è nel mondo, il cervello deve combinare questi segnali elettrici sensoriali indistinti con alcune “aspettative” o “previsioni” create necessariamente da esperienze precedenti, al fine di creare la miglior ipotesi su cosa abbia causato quei segnali. Di conseguenza le nostre percezioni non sarebbero altro che la “migliore ipotesi” del cervello sulle cause dei segnali sensoriali che riceve.

Si racconta che quando Cristoforo Colombo con le sue caravelle si avvicinò alle coste americane (da lui ritenute “Indie”) i nativi americani scrutando l’orizzonte non furono in grado di vederle arrivare. L’unica anomalia che vedevano era lo strano incresparsi delle onde. La spiegazione di questo fenomeno è che il cervello dei nativi non aveva saputo decodificare ciò che non aveva mai visto, al punto da rendere le caravelle del tutto ‘invisibili’ ai loro occhi. Come detto, il cervello elabora le informazioni confrontandole e mettendole in relazione con il materiale che ha acquisito con l’esperienza. In questo caso i nativi, non potendo confrontare i fatti con nulla di simile “in archivio”, non le percepirono.

Percezioni condizionate

Ogni nostra percezione risulterebbe quindi “colorata”, condizionata da tutta la nostra esperienza passata. In tal senso le nostre percezioni sarebbero necessariamente “percezioni condizionate”. Ciò che percepiamo non può infatti non essere condizionato, ma attraverso la pratica possiamo modificare quel condizionamento e percepire le cose in modo del tutto nuovo. In questa nuova luce si capisce anche l’invito di Thich Nhat Hanh a trasformare le nostre sensazioni neutre in sensazioni piacevoli, modificando il modo in cui interpretiamo quelle sensazioni!

Un esempio classico: la scacchiera di Adelson

Vorremmo ora provare a “convincere” di tutto questo i più scettici grazie a un esperimento classico, che alcuni certamente conoscono già, quello della scacchiera di Adelson. Osservate bene questa immagine:

adelson-chessboard1

Secondo voi, quale delle due caselle A e B è più chiara e quale più scura?

Una volta che avrete fatto la vostra scelta, prima di proseguire cliccate qui per continuare questo esperimento.

Conseguenze

Immaginiamo questo semplice effetto in scala maggiore, applicato a tutto ciò che percepiamo e, magari con un po’ di riluttanza, ci toccherà ammettere che le nostre percezioni non sono altro che le “previsioni” o “aspettative” del cervello, necessarie per trasformare i segnali sensoriali grezzi in vivide percezioni coscienti. Esistono molti altri esperimenti del genere, alcuni dei quali mostrati nel video del TED di Anil Seth già menzionato.

  1. Questo dimostra, prima di tutto, quanto sia forte l’effetto del condizionamento sulle nostre percezioni. Le influenze che abbiamo ricevuto durante la nostra vita – famiglia, scuola, ambiente di lavoro, amici, colleghi e paradigmi sociali – hanno esercitato su di noi un inconscio e silenzioso impatto, e contribuito a dare forma al nostro modo di percepire le cose.
    Citando Anais Nin, per quanto ci sembri inverosimile, possiamo affermare che “non vediamo le cose come sono, ma vediamo le cose come siamo”, cioè come siamo condizionati a vederle.
  2. Inoltre dimostra anche che tale condizionamento è alla base delle nostre emozioni. La neuroscienziata Lisa Feldman Barrett afferma che le emozioni non sono una reazione prefissata e universale all’ambiente ma vengono costruite dal cervello sulla base degli input sensoriali e dei concetti derivanti dall’esperienza passata, e dalle previsioni sulla realtà che ne conseguono. Se non avessimo concetti a rappresentare la nostra esperienza passata, ogni input sensoriale non sarebbe altro che rumore, non sapremmo cosa sono le sensazioni, cosa le ha causate e cosa farne. Grazie ai concetti il cervello attribuisce un significato alle sensazioni che proviamo, e a volte questo significato è un’emozione.
  3. Di conseguenza, essendo le nostre azioni influenzate dalle emozioni, si capisce che tale condizionamento è anche la fonte dei nostri atteggiamenti e comportamenti. Non possiamo agire in modo coerente al di fuori di esso. Semplicemente non possiamo mantenere la nostra integrità se agiamo in maniera diversa da come vediamo.
    Questo ci fa capire che cercare di cambiare i nostri comportamenti (ad esempio le nostre abitudini) in genere nel lungo termine non ha un grande effetto se allo stesso tempo non comprendiamo e mettiamo in discussione la nostra visione del mondo, dalla quale nascono quei comportamenti. A quel punto il nostro comportamento sarà diverso in modo del tutto naturale.
In conclusione
  •  Il mondo che percepiamo dipende dalle “ipotesi migliori” del cervello, sulla base delle esperienze passate e delle convinzioni alle quali tali esperienze hanno dato forma.
  • Ciascuno di noi è portato a pensare di vedere le cose così come sono, di essere obiettivo. Ma la verità è un’altra: vediamo il mondo non come esso è, ma come noi siamo, come siamo condizionati a vederlo. Quando descriviamo quello che vediamo, in realtà descriviamo noi stessi, le nostre percezioni, basate sulle nostre convinzioni.
  • Quando altri non sono d’accordo con noi, immediatamente pensiamo che in loro ci sia qualcosa che non va. Sulla base delle riflessioni appena fatte, per quanto chiaramente e obiettivamente crediamo di vedere le cose, possiamo gradualmente renderci conto che altri vedono le stesse cose, in base al proprio diverso condizionamento, in modo diverso da noi ma altrettanto valido.
  • Infine, questo non significa che non esistano fatti: l’interpretazione di questi fatti da parte di ciascuno di noi si basa su esperienze precedenti, e i fatti non hanno alcun significato se sono avulsi da tale interpretazione.
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Il mondo che percepiamo dipende dalle “ipotesi migliori” del cervello, sulla base delle esperienze passate e delle convinzioni alle quali tali esperienze hanno dato forma.
Ciascuno di noi è portato a pensare di vedere le cose così come sono, di essere obiettivo. Ma la verità è un’altra: vediamo il mondo non come esso è, ma come noi siamo, come siamo condizionati a vederlo. Quando descriviamo quello che vediamo, in realtà descriviamo noi stessi, le nostre percezioni, basate sulle nostre convinzioni.

In un recente spunto di riflessione abbiamo condiviso un modo gentile per portare al nostro organismo rilassamento ed energia attraverso il respiro, in particolare attraverso la pratica del Respiro di coerenza.

Vorremmo oggi suggerire alcune indicazioni su come avvicinarsi a questa pratica, che nella nostra esperienza è di grande aiuto nel riequilibrare il nostro sistema nervoso, generando in noi calma ed energia allo stesso tempo.

Grazie a una delicata influenza sul respiro possiamo portare al nostro organismo rilassamento, energia e armonia. Il respiro rappresenta infatti un ponte tra la mente conscia e le funzioni automatiche dell’organismo, e ci permette così di avere un accesso diretto e di influenzare il nostro sistema nervoso autonomo: grazie a questo, attraverso il respiro, possiamo riportare equilibrio in noi stessi, come testimoniano discipline antiche come lo yoga.

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