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In fuga dal malessere

In uno spunto di riflessione di qualche tempo fa avevamo condiviso i sei passi che Thich Nhat Hanh ci suggerisce nel prenderci cura delle nostre emozioni. Nel descrivere questi sei passi Thich Nhat Hanh usa spesso la metafora di una mamma che, mentre svolge le faccende in casa, si rende conto che il suo bambino ha iniziato a piangere, senza sapere ancora quale ne sia la causa. A quel punto lascia tutto ciò che stava facendo e si reca nella stanza del piccolo.

Allo stesso modo, quando sentiamo emergere in noi del malessere, se le condizioni ce lo consentono, è importante portare tutta la nostra attenzione a ciò che stiamo percependo, alle sensazioni spiacevoli che stiamo provando, senza ancora cercare di capire esattamente di cosa si tratta: lasciamo che l’energia della consapevolezza semplicemente e silenziosamente riconosca che sta succedendo qualcosa.

Quali sono gli ostacoli al semplice riconoscere?

Tuttavia, quando in noi si manifesta un malessere, con difficoltà riusciamo semplicemente a riconoscerne la presenza, senza ancora fare nulla. Pur con le migliori intenzioni, qualcosa in noi si frappone e ci ostacola. Ad esempio:

  • Anziché lasciare spazio al semplice sentire, cerchiamo subito di capire cosa sta succedendo, in base alla narrativa di noi stessi che ci siamo costruiti nel tempo, alle nostre idee su chi siamo e come funzioniamo. In questo modo non lasciamo spazio a una nuova comprensione di noi stessi, alle scoperte che possono derivare dal semplice essere in contatto con ciò che sta emergendo in noi.
  • In genere a questa narrazione si accompagna immediatamente l’impulso a evitare quanto stiamo provando o a liberarcene. Cerchiamo di evitare quelle sensazioni spiacevoli, distraendoci nei tanti modi che sono a nostra disposizione: cibo, lavoro, social, serie tv e così via. Intendiamoci, non c’è nulla di sbagliato in queste attività, si tratta solo di distinguere quando sono in equilibrio da quando subito emergono come modo per coprire quello che stiamo provando.
In fuga dal malessere

A questo proposito, vorremmo proporvi una riflessione ispirata a quanto le neuroscienze stanno scoprendo sui meccanismi della distrazione e del sollievo momentaneo dal malessere. Prendiamo come esempio la nostra relazione con il cellulare (ma lo stesso vale per qualsiasi altro modo ci capita di usare per distrarci da ciò che proviamo).

A volte usiamo il cellulare proprio per evitare un disagio interiore. Non appena qualcosa non va — o anche semplicemente quando dobbiamo attendere — lo tiriamo fuori quasi automaticamente dalla tasca. Pare che i più giovani vi accedano in media 150 volte al giorno, circa una ogni sette minuti, escluse le ore di sonno. Ci immergiamo così in un mondo alternativo: rincorriamo notifiche, scorriamo video uno dopo l’altro, passiamo da un messaggio all’altro sui social.

Come mai succede questo?

Ogni volta che controlliamo il cellulare, il cervello sembra sussurrarci: “Forse c’è qualcosa di nuovo”. È proprio quel piccolo forse, quella sottile promessa di novità, a mantenerci agganciati. Quella piccola speranza può renderci dipendenti digitali senza neanche accorgercene. Le aziende tecnologiche conoscono bene questo meccanismo e lo sfruttano intenzionalmente.

Ogni “mi piace” che riceviamo, ogni volta che facciamo scorrere col dito un messaggio o un video dopo l’altro, ogni nuovo contenuto che ci appare all’orizzonte produce una piccola scarica di ricompensa: il rilascio di dopamina e di altri neurotrasmettitori che ci tengono incollati allo schermo, anche quando sentiamo di averne abbastanza.

Ma quella scarica di dopamina non coincide con la felicità! È piuttosto un appagamento a breve termine: la sensazione che qualcosa di buono potrebbe accadere, non che sia già accaduto. Così continuiamo a controllare il cellulare, inseguendo la prossima notifica o il prossimo video, nella speranza che possano davvero farci sentire bene.

Il punto non è la tecnologia in sé. Il vero protagonista è il nostro cervello primordiale: non diventiamo dipendenti dal cellulare, ma dalla sensazione di possibilità che esso ci fa percepire.

Si ritiene infatti che, nel corso dell’evoluzione, la dopamina abbia avuto un ruolo fondamentale nella sopravvivenza. Quando i nostri antenati riuscivano ad abbattere una preda, una rapida scarica di piacere li spingeva a continuare a cacciare, nonostante la fatica. Questo meccanismo rafforzava i comportamenti utili alla sopravvivenza della persona e della tribù.

Lo stesso sistema di ricompensa è ancora all’opera oggi quando scorriamo contenuti o inseguiamo notifiche. Tuttavia, più alimentiamo questa ricerca continua di stimoli, meno gioia sperimentiamo nella vita quotidiana: leggere un libro sembra faticoso, le conversazioni appaiono lente, il silenzio diventa quasi insopportabile. Come scrive Anna Lembke (ricercatrice sulle dipendenze, autrice di “L’era della dopamina”):

«L’edonismo, la ricerca del piacere fine a se stessa, porta all’anedonia, cioè all’incapacità di provare piacere.»

Il fragile equilibrio tra piacere e disagio

Omeostasi

Le neuroscienze ci mostrano inoltre qualcosa che molte tradizioni spirituali avevano intuito da tempo: piacere e disagio non sono esperienze separate, ma vengono elaborate negli stessi circuiti neurali. Il cervello tende costantemente a ristabilire un equilibrio tra forze opposte attraverso un processo chiamato omeostasi.

Possiamo immaginare piacere e disagio come i due lati di un’altalena a bilico o i due piatti di una bilancia. Quando uno stimolo — un pezzo di cioccolato o un “mi piace” su un nostro messaggio — aumenta il piacere, la bilancia si inclina. Nel ristabilire l’equilibrio il cervello produce una risposta opposta di disagio, che però è un po’ più intensa di quella piacevole che l’ha innescata. A quel punto, per compensare quel disagio nasce l’impulso a ripetere il comportamento che ha provocato piacere, che deve però essere più forte e più intenso, dovendo anzitutto riportare la bilancia in equilibrio e poi dare piacere.

In questo modo, con il tempo, per ottenere lo stesso effetto piacevole servono stimoli sempre più intensi, mentre la fase di malessere diventa più forte e più lunga. È questo il meccanismo attraverso il quale un’abitudine può trasformarsi in dipendenza.

Ormesi

Eppure, lo stesso principio di equilibrio contiene anche una possibilità di trasformazione. Infatti, quando scegliamo intenzionalmente di accogliere piccoli disagi — ad esempio affrontando uno sforzo fisico moderato — attiviamo ugualmente il meccanismo di riequilibrio del cervello. In risposta, l’organismo in modo naturale rilascia dopamina e altri neurotrasmettitori del benessere. Questo tipo di piacere è più profondo e duraturo, perché nasce da una ricalibrazione interna e ci rende progressivamente più resilienti di fronte alle difficoltà.

Alla stessa conclusione sono giunti gli esperimenti su quello che viene detto “problem creep” (che possiamo tradurre con “slittamento del problema”), di cui abbiamo già parlato nello spunto di riflessione “Accrescere in noi la capacità di far fronte al disagio”, e cioè il fenomeno per il quale quando sperimentiamo meno problemi non diventiamo necessariamente più appagati: abbassiamo semplicemente la soglia di ciò che consideriamo un problema. Ci ritroviamo così con lo stesso numero di difficoltà, ma sempre meno significative. In questo modo ci ritroviamo confinati in zone di comfort sempre più ristrette, mantenendo lo stesso livello di insoddisfazione.

Si capisce allora che il modo per ridurre il nostro malessere non è eliminare ciò che ci mette in difficoltà, ma sviluppare una maggiore capacità di attraversarlo — ciò che oggi viene detto “resilienza”. L’organismo possiede naturalmente questa capacità attraverso un meccanismo chiamato ormesi, che ci invita a guardare al disagio con occhi nuovi. Si tratta dello stesso principio che è alla base dell’omeopatia, un meccanismo per cui piccole dosi di stress rafforzano il sistema immunitario o per il quale i muscoli diventano più forti quando vengono sollecitati.

E questo ci porta infine alla connessione con i primi due dei sei passi che Thich Nhat Hanh ci suggerisce per prenderci cura delle nostre emozioni: riconoscere e accogliere il malessere, anziché sfuggirlo, permette alla nostra “bilancia” interiore di ritrovare un equilibrio autentico e ci restituisce la capacità di godere nuovamente dei piaceri più semplici e profondi dell’esistenza.

Cosa fare?

Alla luce di queste considerazioni, possiamo dunque chiederci: quali sono i modi in cui nella vita quotidiana sfuggo al malessere? Quali sono i miei meccanismi di gratificazione a breve termine “preferiti”?

Allo stesso tempo, possiamo individuare quali possono essere per noi quei piccoli sforzi che, pur dando luogo a un leggero disagio, possono poi offrirci un senso di benessere. Come ad esempio accade quando facciamo stretching: sentiamo i muscoli che tirano e bruciano un po’, ma alla fine percepiamo in quella parte del corpo un senso di rilassamento e benessere.

Grazie di averci letto fin qui! Se queste riflessioni hanno sollevato in voi dubbi, domande e magari anche l’interesse ad approfondire ulteriormente questo tema, fatecelo sapere commentando questo spunto di riflessione o scrivendoci a info@laviadellatrasformazione.it, e saremo lieti di condividere con voi altre riflessioni su questo argomento così importante.

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“Il paradosso curioso è che possiamo davvero cambiare solo quando ci accogliamo per ciò che siamo”. Quando smettiamo di fare resistenza, di lottare contro ciò che siamo, qualcosa dentro di noi si rilassa. Resistere a ciò che siamo, a ciò che accade, alla vita, non fa altro che rafforzare ciò a cui resistiamo.

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