«C'è in noi una batteria fondamentale, è fatta di silenzio, di esitazione, di delicatezza, di compassione saggia, ha bisogno di essere ricaricata, ha bisogno di silenzio, di vuoto, di sospensione. Imparando a conoscere intimamente il respiro, ci accorgiamo che ha due pause, una breve tra ispirazione ed espirazione, e una più prolungata alla fine dell'espirazione, prima di inspirare di nuovo. Riuscire a sostare in questa pausa è come sostare nella terra della mancanza, senza cercare rimedi e cause, è entrare in contatto con il nostro fondamentale, radicale mancare e scoprire che dimorando nella sua precaria, sfuggente terra, ci ricarichiamo, siamo. Come dire che il sollievo che cercavamo correndo a riempire la mancanza, lo troviamo invece sentendola, abitandola.»
(Tratto da "Il silenzio è cosa viva" di Chandra Livia Candiani)
Quante volte, in un ritiro o in un incontro di pratica, ci capita di dire o di sentire dire: “Sono qui perché ho bisogno di lavorare su me stessa/o”?
È una motivazione bella e sincera. Il desiderio di praticare è una spinta salutare nel trovare nuove modalità per crescere, per vivere in modo più sano la nostra vita e le nostre relazioni; nasce spesso da un’intuizione profonda: la vita può essere vissuta in modo più leggero, più vero, più sano.
Allo stesso tempo, è importante fare attenzione che questo desiderio non diventi una forma di giudizio verso noi stessi, come se mancasse sempre qualcosa, come se non fossimo mai “abbastanza”.
La sensazione di essere in qualche modo sbagliati
Quando pensiamo di dover “aggiustare” o “migliorare” noi stessi, rischiamo di bloccare proprio quell’apertura che rende possibile la trasformazione. E, senza accorgercene, alimentiamo un sottile senso di vergogna — la sensazione di essere in qualche modo sbagliati.
Questa idea di “lavorare su di sé” nasce spesso da un confronto continuo tra ciò che siamo e ciò che pensiamo di dover essere. È come vivere divisi tra il “noi” presente e un “noi” ideale che ci trascina nel futuro. Come se solo quel futuro migliore potesse rendere la nostra vita degna di essere vissuta.
Ma quante volte desideriamo semplicemente di essere… quello che già siamo?
Thich Nhat Hanh ci ricorda spesso che le nostre idee sulla felicità sono il più grande ostacolo alla felicità stessa: “Siamo intrappolati nel concetto che abbiamo della felicità e ci dimentichiamo che si tratta soltanto di un’idea. Non riusciamo a vedere l’occasione di gioire che abbiamo proprio davanti a noi.” (“Insegnamenti sull’amore”, Neri Pozza 1999 – pag. 54-55)
Quella versione ideale di noi stessi è ancora figlia del passato
C’è anche da dire che quando inseguiamo un futuro migliore, quando immaginiamo un futuro “noi” diverso, più saggio, più calmo, più consapevole, quel futuro non lo conosciamo ancora: necessariamente quella versione ideale di noi stessi è ancora figlia del passato!
Einstein esprimeva questo aspetto dicendo: “Non possiamo risolvere i nostri problemi con la stessa mente che li ha creati“. Qualunque “noi” futuro possiamo al momento immaginare, in qualche modo non può essere molto altro che una replica del passato, di ciò che conosciamo al momento.
Il paradosso dell'accoglienza
Forse allora non si tratta di “cambiare”. Si tratta, al contrario, di lasciar andare l’idea di doverci migliorare, arrendendoci alla vita e aprendoci a una trasformazione che, grazie a questo, possa avvenire in modo naturale. Si tratta di smettere di resistere e permettere che la trasformazione avvenga da sé, nei suoi tempi.
La psicologa Marion Milner scriveva: “Non sapevo che avrei potuto ottenere il massimo dalla vita solo abbandonandomi ad essa.”
È proprio questo il cuore della pratica: accogliere. Fare spazio a ciò che sentiamo, momento dopo momento, anche quando è spiacevole. Una capacità che possiamo sviluppare a partire dall’accoglienza delle sensazioni che proviamo, dei pensieri e delle emozioni che le accompagnano. Avendo fiducia in quello che potremmo chiamare, con Carl Rogers, il “paradosso dell’accoglienza“:
“Il paradosso curioso è che possiamo davvero cambiare solo quando ci accogliamo per ciò che siamo”.
Quando smettiamo di fare resistenza, di lottare contro ciò che siamo, qualcosa dentro di noi si rilassa. Resistere a ciò che siamo, a ciò che accade, alla vita, non fa altro che rafforzare ciò a cui resistiamo.
Nella parole di Carl Jung: “Ciò a cui facciamo resistenza non solo persiste ma diventa più grande“, una comprensione che viene anche a volte espressa con questa semplice formula “matematica”:
Sofferenza = Dolore × Resistenza
«Hai mai visto uno di quei vecchi film di cow-boy in cui il cattivo finisce nelle sabbie mobili e quanto più si dimena tanto più velocemente sprofonda? Se mai ti capitasse di cadere nelle sabbie mobili, sappi che agitarsi è quanto di peggio puoi fare. Devi invece sdraiarti, distenderti, restare immobile e lasciarti galleggiare sulla superficie. (Poi, fischia per chiamare il tuo cavallo che venga a salvarti!) Ciò richiede una grande presenza di spirito perché ogni istinto dentro il corpo ti dice di lottare; ma più lotti, peggio è. Lo stesso principio vale per le emozioni spiacevoli: più cerchiamo di combatterle, più ci mettiamo nei guai». (Tratto da Russ Harris: "La trappola della felicità")
Conclusioni
Riflettere su questi spunti può forse aiutarci a non rendere il cambiamento una trappola, a uscire dall’idea di dover lavorare su noi stessi, prendendo invece rifugio nel silenzio amorevole dell’essere, nell’accogliere ciò che siamo, momento dopo momento e, grazie a questo, trasformarci in modo del tutto naturale e spontaneo, quasi a nostra insaputa.
Proprio come un bruco che, con pazienza, attende che il bozzolo si apra da solo, a tempo debito, dando così alla propria trasformazione in farfalla il tempo di compiersi naturalmente e pienamente. Per noi esseri umani quel bozzolo è proprio lo spazio dell’accoglienza, dal quale nasce e si manifesta ogni trasformazione.
Possiamo allora chiederci: quando nella pratica sento il desiderio di “cambiare”, di “migliorarmi”, cosa c’è dietro questo desiderio? Posso accompagnare questa sana intenzione con un senso di amorevole accoglienza per ciò che è presente in me?
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