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Il primo aspetto della consapevolezza
PERCORSO DI MEDITAZIONE
PARTE #5

"Il giardino della mente"
Il primo aspetto della consapevolezza
Foto di Max Goncharov su Unsplash

La parola consapevolezza è una buona traduzione del termine sanscrito sati, in quanto allude a una mente che sa, a una sorta di conoscenza. Possiamo distinguere 3 diversi aspetti di sati.

Il primo aspetto di sati prende il via dal dirigere intenzionalmente l’attenzione verso un oggetto: “Io sono consapevole di …”. Si tratta di una pratica che all’inizio è fondamentale, anche se non ancora completa, in quanto in quell’azione, in quel “fare” e in particolare in quell’“io” c’è qualcosa che ci trattiene ancora nella mente condizionata, nell’idea: “Io dovrei essere consapevole di questo”. C’è ancora una sorta di scopo, che può venire soltanto dalla mente condizionata.

Nell’indicazione di base: “Inspirando so che sto inspirando” la prima funzione di sati è raccolta in quel “so”: si tratta di una sorta di focalizzazione diretta della mente verso qualcosa, grazie alla quale sappiamo che qualcosa è di fronte a noi e sappiamo anche che ne siamo consapevoli, senza per questo cercare subito di capire di che cosa si tratta. Non si tratta cioè soltanto di osservare qualcosa: sati non è essere consapevoli, ad esempio, di aprire una porta, è sapere che siamo consapevoli che stiamo aprendo una porta. Grazie a questo innalziamo il nostro livello di coscienza, abbiamo come la sensazione di essere coscienti.

A dispetto delle apparenze, non è una pratica semplice, non siamo abituati a sperimentare questo livello della mente, in una certa misura è ancora molto presente in noi l’attitudine animale di cercare subito di capire che effetto ha su di noi ciò con cui entriamo in contatto: se può essere pericoloso o meno, se ci piace o meno, se ne abbiamo bisogno o meno: scansioniamo velocemente ciò che ci circonda e soltanto quando ci sono segnali che per qualche motivo attirano la nostra attenzione – ed è sempre a causa della nostra mente condizionata – rivolgiamo loro la nostra attenzione e cerchiamo il più velocemente possibile di capire che effetto hanno su di noi. È questa la ragione per la quale la consapevolezza, nel senso descritto, va coltivata.

Iniziamo dunque dirigendo intenzionalmente la mente su un oggetto, senza per questo concentrarci su di esso. Si tratta semplicemente di raccogliere la mente in modo aperto, così da percepire con chiarezza ciò che sta accadendo. Questo vale indipendentemente dall’oggetto a cui si applica. Thich Nhat Hanh ci invita a portare questa stessa presenza nel lavare i piatti, nel lavarci i denti e in ogni gesto della vita quotidiana. Si tratta di una vitalità priva di eccitazione.

Come passo successivo, dopo aver portato la mente sull’oggetto che abbiamo scelto – ad esempio il respiro – diamo alla mente il tempo di prenderne coscienza e riconoscerlo: “Ah, ecco cos’è”, non tantissimo, solo qualche secondo in più di quanto ci serve per fare una scansione.

Il terzo passo di questo primo aspetto di sati è molto importante: la nostra attenzione non è richiamata dalla mente condizionata. Scegliamo un oggetto e ci mettiamo al di fuori dell’impulso di scoprire che effetto ha su di noi, facendo così un passo al di fuori della nostra modalità di sopravvivenza. Essere consapevoli è infatti al di fuori dei giudizi, dei confronti, delle scelte e del cercare di capire che effetto ci fa quell’oggetto. È un processo molto semplice, c’è bisogno solo dell’energia che ci porta semplicemente a stare con quell’oggetto, a raccogliere la mente su di esso (senza per questo restringere la mente), al di fuori della mente condizionata.

C’è la tendenza a fraintendere e considerare questo modo di essere presenti come qualcosa di freddo, insensibile, una specie di affermazione emotiva: “Sei arrabbiato? Bene, sei arrabbiato”, come se ci si sollevasse al di sopra di tutto. Al contrario, essere consapevoli di qualcosa, essere in contatto con un oggetto, qualunque cosa sia, una tazza di tè o un volto, è in sé un fatto relazionale: stabiliamo una relazione, entriamo in contatto con una persona o con un oggetto, con l’intenzione di non giudicare ciò con cui entriamo in contatto. Grazie a questo potremo metterci in comunicazione con il volto, con l’oggetto, e senza mettere steccati lasciare che ci parli, fargli spazio dentro di noi.

Se non entriamo nel giudizio, nel commento, ma semplicemente entriamo in contatto con un bel volto, senza classificarlo come bello, senza etichettarlo, forse vedremo per la prima volta che quel volto esprime una solitudine o una tristezza che non avevamo mai notato prima, perché lo avevamo immediatamente classificato come bello. Può succedere anche il contrario: vediamo un volto rugoso, “brutto” secondo i nostri standard di giudizio, ma se non lo classifichiamo, se semplicemente osserviamo e siamo in contatto con quel volto rugoso, e lasciamo che quel volto ci parli, saremo magari commossi dalla sua bellezza, vedendo l’anima appagata e felice che traspare dallo sguardo di quel volto, che non avremmo potuto percepire se non ci fossimo dati l’occasione di entrare in relazione con quel volto.

Quindi, a ben vedere, è solo quando entriamo in contatto con la realtà senza giudizi e commenti che possiamo avere una relazione piena e intensa con essa, mentre se non possiamo fare a meno di dare etichette, mettiamo una sorta di schermo freddo tra noi e il resto del mondo e perdiamo ogni relazione con esso.

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