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La mente e la scienza della felicità

Possiamo seguire il sentiero spirituale contenti di essere ciò che abbiamo scelto di essere, di fare la vita che abbiamo scelto di fare, accogliendo anzitutto noi stessi per ciò che siamo in questo momento.

Il primo passo sul sentiero è infatti essere appagati e in pace con noi stessi, in pace con ciò che la vita ci ha offerto finora, e semplicemente vivere, senza cercare di cambiare nulla. Come ci ha insegnato il Buddha, il passato non c’è più, il futuro deve ancora arrivare: che senso ha preoccuparsi tanto del nostro passato pensando di poter cambiare qualcosa! Ciò che è avvenuto, è avvenuto, non ci si può fare niente, se non siamo in pace col nostro passato comunque non cambia nulla, anzi aggiungiamo una ulteriore tensione alla nostra mente.

Anche se nei paesi asiatici il buddhismo è perlopiù vissuto come una religione, con i suoi riti e le sue gerarchie, per noi in Occidente è anzitutto una scienza della mente. Yongey Mingyur Rinpoche nel suo libro “Buddha, la mente e la scienza della felicità” ha scritto:

"Quando crescendo ricevi un'educazione buddhista, non pensi al buddhismo come a una religione. Lo consideri come una forma di scienza, un metodo per esplorare la tua esperienza attraverso tecniche che ti permettono di esaminare le tue azioni e reazioni in modo non giudicante, con l'obiettivo di riconoscere: "Oh, è così che funziona la mia mente. Questo è ciò che devo fare per sperimentare la felicità. Ecco cosa dovrei evitare per evitare l'infelicità"

Il nostro è quindi un allenamento mentale, che ci mette in contatto con la nostra interiorità, con i nostri processi psicologici. Per noi occidentali l’idea di occuparsi dei processi mentali è estranea, vorremmo solo trovare qualcosa dall’esterno che in breve tempo ci faccia stare un po’ meglio. Il buddhismo è una scienza della mente che da occidentali spesso non riusciamo realmente ad afferrare. Siamo immersi nell’idea di vita come sofferenza, fatta di fallimento, colpe, punizioni, mentre nel buddhismo quello che conta è solo osservare ciò che si manifesta nella mente, senza alcun rimprovero o colpa. Questo rimprovero rivolto verso di noi o verso gli altri – ad esempio: “Se sono così è tutta colpa di …!”- ci ostacola nel procedere sul sentiero spirituale.

Joseph Goldstein, un insegnante occidentale, è stato allievo del grande maestro birmano Sayadaw U Pandita, e nel suo libro “Benedict’s Dharma – Buddhists reflect on the Rule of Saint Benedict” racconta di questa sua esperienza. All’inizio parla delle difficoltà davanti alle osservazioni del Maestro:

“U Pandita Sayadaw era spesso molto diretto nel sottolineare i miei difetti. Questo di solito era molto difficile per me, perché mi giudicavo e mi sentivo giudicato”

Inizialmente sentiva queste osservazioni come colpevolizzazioni, poi si è reso conto che per un Maestro come Sayadaw U Pandita si trattava solo di elencare ciò che notava nella mente del suo allievo, senza alcuna colpa:

“In un colloquio, quando già praticavo con lui da molti mesi, dopo aver ascoltato il mio resoconto della meditazione, procedette a elencare i diversi difetti della mia mente. In quel momento ho capito che i difetti non erano personali e che le osservazioni di Sayadaw non erano personali. Si trattava piuttosto della sua capacità di vedere chiaramente ciò che è presente nella mente, ciò che causa sofferenza. Da quel momento in poi sono diventato molto più interessato e grato, perché ho capito che avrei preferito vedere le mie qualità non salutari piuttosto che non vederle. La libertà è possibile solo attraverso la consapevolezza. Infatti, quando ho smesso di reagire al fatto che mi facesse notare queste cose, lui ha smesso di farlo”

Come detto, viviamo in una cultura che mette in risalto la colpa e la punizione. Non ci amiamo, ci rifiutiamo, ci critichiamo, un atteggiamento del tutto estraneo alla cultura asiatica. È necessario dunque in qualche misura “morire” alla nostra cultura: non siamo colpevoli del condizionamento mentale presente in noi, nessuno ne è colpevole! Dobbiamo solo imparare a lasciar andare quel condizionamento e la ricerca di un colpevole: è solo la nostra mente, in questo momento, non c’è niente di cui vergognarsi o difendersi. Il passato non si può più cambiare. Possiamo però trasformare il modo in cui ci mettiamo in relazione con le cose, e di conseguenza soffrire meno e far soffrire meno gli altri.

Accogliere ciò che è stato per molti di noi è la prima pratica, la più profonda, necessaria affinché si apra il sentiero spirituale, che ci guida in uno stato in cui il condizionamento mentale si affievolisce sempre più, uno stato a partire dal quale pensiamo, ci comportiamo e viviamo in modo del tutto nuovo.

(Riflessioni rielaborate a partire dagli insegnamenti ricevuti da Karl Riedl)

(immagine tratta dal sito Crono News)

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