Vorremmo oggi suggerire di collegare la posizione del corpo a uno stato mentale particolare per noi molto importante, che in qualche modo è emerso anche ieri nella Condivisione: la dignità. Anche in questo caso, lasciamo che sia il corpo a fare il primo passo, in modo da incarnare un senso di dignità in noi attraverso la postura.
Ci sarà tempo in seguito per prenderci cura più direttamente di questo stato mentale e degli altri ai quali è collegato. Per ora, semplicemente, possiamo riconoscere come, assumendo una posizione del corpo eretta, aperta e rilassata, un senso di dignità si fa lentamente e spontaneamente strada in noi.
Possiamo iniziare subito: mentre leggiamo queste parole possiamo raddrizzare e allungare gentilmente la colonna vertebrale, come fosse un giovane bambù. Possiamo immaginare un filo invisibile che ci tira dolcemente dalla sommità del capo, permettendo alle vertebre di trovare il giusto spazio tra l’una e l’altra.
Possiamo aprire un po’ le spalle e lasciarle cadere, sollevare e aprire leggermente il petto, comunicando in questo modo al nostro sistema nervoso che siamo al sicuro, che siamo presenti e pronti ad accogliere la vita così com’è. Questa postura eretta e aperta è espressione fisica della nostra dignità intrinseca, una qualità che nessuno può darci o toglierci, in quanto ci appartiene per diritto di nascita.
Siamo aperti e stabili come una montagna, e allo stesso tempo flessibili come un bambù. Occupiamo il nostro spazio nel mondo, onorando la vita che scorre in noi.
La postura del corpo può ricordarci che, come esseri umani, siamo intrinsecamente meritevoli e degni. Magari l’abbiamo dimenticato a causa di esperienze dolorose del passato, che ci hanno indotto a sentirci immeritevoli. Ora, stando seduti o in piedi, o camminando con il corpo eretto e aperto al mondo, possiamo lasciar riemergere il nostro valore originario.
Tre respiri nella dignità
Puoi dedicare ogni tanto qualche respiro a questo semplice esercizio ovunque ti trovi nella vita quotidiana, mentre lavi i piatti, mentre cammini in strada, mentre sei in attesa all’ufficio postale. Puoi anche associare questa breve pratica a un gesto che compi tutti i giorni, come accendere il computer o fare una telefonata. Bastano solo tre respiri:
– Con un primo respiro profondo, percepisci il contatto con il suolo, sentiti radicata/o a terra. La Terra ti sostiene senza che tu debba fare alcuno sforzo. Immagina di affondare radici stabili nel terreno. Espirando, lascia andare alla terra tutte le tensioni che percepisci nel corpo. La Terra accoglie ogni cosa, senza distinzione.
– Poi, inspirando, senti la colonna vertebrale che si allunga dolcemente verso l’alto, vertebra dopo vertebra, come se volessi toccare il cielo con la sommità del capo. Nota come questo gesto crea naturalmente spazio nell’addome e nel petto. Espirando, apri e rilassa le spalle. In questo modo il petto si apre e si ammorbidisce. Puoi così percepire un senso di centratura e apertura.
– Infine, inspirando espandi il petto, offrendo il cuore al momento presente. Espirando, lascia che sorga sulle tue labbra un leggero sorriso e, nel tuo cuore, un senso di dignità.
Rimani in ascolto delle sensazioni: senti come cambia la percezione di te stessa/o quando il corpo riflette presenza, apertura e dignità.
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In questa pratica possiamo farci aiutare dall’eco delle parole di Chandra Livia Candiani tratte dal suo prezioso libro “Il silenzio è cosa viva”.
Una postura del cuore
“(…) la postura è soprattutto una postura del cuore, senza la postura del cuore non c’è nemmeno quella del corpo o è forzata e rigida. La postura del cuore è: io sono qui, aperta a qualsiasi cosa sorga e mi visiti, sono radicata a terra, sento il suo sostegno, e insieme mi alzo verso il cielo, nello spazio, li cucio. Il respiro è il mio alleato, mi fa stare qui in questo momento che fugge, nel presente che non è un tempo, sono seduta come un gatto, pronto a lanciarsi nel mondo se necessario. Sono seduta per conoscere, non per fuggire in un mondo solo interno, in un oltre. Sono seduta perché tutto brucia di illusione e di incantamento e ora so che non voglio più essere incantata, che voglio svegliarmi. Sono seduta e seguo umilmente e con pazienza il respiro perché so che pensare non dà soluzioni, solo aggiunge nuove narrazioni all’auto-narrazione e la narrazione non è la vita. La voce dell’auto-narrazione non è nostra, è convenzionale, antenata, è strategia di sopravvivenza. La postura è esporsi all’essere”.
