Tutto ciò è ben riassunto nella citazione che apre questo capitolo – “Tutto il lavoro spirituale ha lo scopo di sviluppare il nostro potenziale umano più alto” – questa è una parte del sentiero, che però non si ferma qui. La nostra intenzione infatti non è di ritirarci dal mondo ma di esserne pienamente parte, di “vivere in un mondo complesso e spesso violento”, che è il mondo di cui tutti noi ci troviamo a vivere, ma in modo diverso, sostenuti da due intenzioni: anzitutto quella di sviluppare “una mente che con fiducia possa essere ritenuta chiara e saggia”, una mente capace di riconoscere le circostanze, sollevarsi al di sopra di esse per prendere un po’ di distanza, aver chiaro il quadro d’insieme e riconoscere così gli effetti delle nostre azioni; l’altra intenzione è di sviluppare “un cuore privo di difese e aperto a tutti gli esseri”.
Il nostro cuore spesso si difende, ci sentiamo feriti e ci mettiamo subito sulla difensiva o addirittura attacchiamo. Nello stato mentale che intendiamo sviluppare il nostro cuore è guarito, è privo di difese, aperto a tutti gli esseri. Questo stato della mente nella tradizione viene indicato col termine compassione, personalmente preferisco indicarlo con “empatia”, un termine che sento più efficace.
Saggezza ed empatia evolvono naturalmente a partire dal fondamento del nostro essere, dalla nostra natura più profonda; in un certo senso non c’è bisogno di allenarsi, altrimenti ci muoveremmo ancora a partire dalla mente condizionata e non potremmo far altro che finire nel suo stesso dominio, nel condizionamento. Si tratta di stati mentali che evolvono spontaneamente, senza alcuno sforzo, quando la mente entra in uno stato di meditazione. Non dobbiamo fare nulla, semplicemente essere presenti.
La pace della mente e la felicità, per come solitamente le percepiamo, sono la pace e la felicità della mente condizionata, di quando le cose sono come vogliamo che siano. Se siamo invece in quello stato mentale sconfinato in cui non c’è ego, non c’è conflitto, allora ci sono la pace e la felicità di cui ci parla Thich Nhat Hanh, che non dipendono da nulla e da nessuno, un genere di pace e felicità che possiamo irradiare nel mondo. Non dimentichiamo infatti che è nel mondo che desideriamo esprimere il nostro potenziale umano più alto. Alcuni pensano erroneamente che per persone che come noi vivono nel mondo non è possibile entrare in contatto con questo stato mentale, che sia necessario ritirarsi dal mondo, ma le cose non stanno così. In un certo senso non è facile neanche per chi vive in un monastero, la tentazione dell’ego è sempre presente, in qualunque luogo, e può anche essere che la tentazione in un monastero sia addirittura più forte. Si può desiderare con tutte le forze di essere saggi quanto il proprio maestro e allora si inizia a copiare quello che fa, semplicemente comportandosi come lui. Questo è ego, profondamente radicato dove non potremmo neanche immaginare. Ma la nostra natura più profonda è ancora più radicata in noi e sempre a nostra disposizione.
